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Avatar di Cristiano Guidetti

Argomento immenso e pieno di angoli da esplorare. È una sensazione che conosco bene (quella del disagio nel riprendere e farsi notare), e in cui mi ritrovo al 100%. Per quello che scrivi ma anche per molto altro. E infatti mi sono creato un ruolo più da divulgatore che da influencer. Ma anche qui parliamo solo di termini. Da parte mia la scottatura è arrivata quando ho lavorato con gli influencer, tra il 2014 e 2019 con la mia società di allora. Quando ti ritrovi ad alti livelli e devi avere a che fare con il "meglio" dell'epoca, poi su 10 che ingaggi ti trovi davanti 7 personaggi capricciosi, egocentrici a cui sembra tutto dovuto da qui all'eternità perché hanno un pubblico... E che poi il loro prodotto in realtà sia molto inferiore alle aspettative, Beh l'astio io un po' lo capisco.

Avatar di Giuseppe A. D'Angelo

Non voglio neanche dire che il comportamento di pochi danneggia un'intera categoria, perché nel tuo caso le percentuali erano pure alte. Il fatto è che secondo me è proprio la categoria che non ha senso di esistere tout court, le definizioni sono piuttosto labili. Però solo dietro a quel termine nello specifico si nasconde un'etichetta negativa. Peccato che anche tantissimi giornalisti si comportino allo stesso modo. Ma questo è un argomento vecchio che ho già affrontato. Riguardo alla mia sensazione di disagio non so se essere contento o dispiaciuto di non essere il solo. Mi fa piacere che tu la capisca comunque: chissà se ci stiamo semplicemente facendo vecchi. 😄

Avatar di Michele Pinto

Da profano del tema... non so chi ha coniato il termine influencer, ma lo trovo infelice...

Un tizio qualunque che dovrebbe dirmi cosa mangiare, come vestire, e come parlare, solo perchè "lo dico io"... Questa è la percezione di tali figure e secondo molti casi il loro lavoro si limita davvero a quello.... e diventa fastidioso, perchè se all'inizio le piattaforme stile trip advisor (al di là della genuinità delle recensioni, ma quella è un'altra faccenda) ti fornivano un giudizio mediato, esteso e fornito da gente di varia tipologia, quella figura si erge a deus ex machina...

Poi sono arrivati i content creator... ma qual è il problema? che pur volendo arricchire la narrazione con dettagli tecnici, e contenuti utili per il fruitore, ci si deve tarare sulla stessa tipologia di narrazione degli influencer puri, perchè percepita come accattivante...

E' il fruitore medio che scrolla con il pollice impazzito, mentre aspetta la metro o mentre è in bagno come fa a capire la differenza?

Altro aspetto di cui tener conto è l'inflazione... si tratta di un mestiere percepito come facile da mettere in atto... "basta un telefono e poi guarda come sono fico"... ma il valore aggiunto erogato nel mare di video è davvero minimale...

Io per esempio all'inizio mi ero appassionato alle reacts.. mi piaceva guardare video di persone che reagivano al primo ascolto di musica rock "classica"... solo che erano professionisti, che magari lavoravano in altri campi della musica ma che ti fornivano chicche sull'uso di una certa tecnica musicale (tipo, questo passaggio è una pentatonica per questo il suono è gradevole... etc)... Oggi la rete è pieno di reacts dove chiunque ascolta una canzone per dire "oh my gosh, yeah, e così via, e hanno annacquato e inquinato questo tipo di contenuto...

PS: domanda asettica: nell'articolo dici che questo tipo di attività è un pilastro dell'economia... ma cosa intendi esattamente? per il soggetto recensito? ci sono dati a supporto che mostrano il numero di clienti per un determinato esercizio, indotto dai contenuti on line in cui l'esercizio compare?

Avatar di Giuseppe A. D'Angelo

Riprendo un dato che avevo riportato in una delle newsletter precedenti linkate:

In Italia la creator economy stima un giro d'affari di 1.5 miliardi di euro, con almeno 350mila individui che creano contenuti.

"Pilastro" è un termine esagerato se paragonato all'intera economia di un paese, ma se guardiamo al campo di marketing e comunicazione occorre farci i conti: oggi cone oggi non esiste brand che decida di fare a meno del lavoro degli influencer. Te lo dico, perché io stesso ho lavorato con loro (anche se molti dati delle campagne non sono oggettivamente misurabili in relazione al singolo influencer, ma è un discorso ampio).

Il punto è che, proprio come l'annacquamento di cui parli nei video reaction, anche lo stesso termine influencer ha una portata troppo ampia che rimanda inevitabilmente alle fashion model frivole da un milione di follower alla Chiara Ferragni. E invece il quadro è molto più sfumato, dividendosi in categorie per numero di follower il cui valore cambia anche in relazione alla propria nicchia (se la tua autorevolezza è nel campo dei Rolex, ad esempio, non hai bisogno di avere centinaia di migliaia di follower, anzi al contrario). Questo appiattisce il discorso e ci fa dimenticare che il termine riflette solo una conseguenza della comunicazione del creator, ma non ne determina il valore intrinseco. Per questo trovo anche ridicolo che l'elenco AGCOM si basi sui semplici numeri, come se le responsabilità di comunicazione di un individuo fossero determinate dalla portata del suo pubblico.

Avatar di epio

caro Peppe, prendo spunto per portare la riflessione su un piano ancora più provocatorio, e parto dal 1980. Negli anni d'oro della pubblicità chi convinceva le persone che quel prodotto era sano, buono e genuino? Mike Bongiorno. Pippo Baudo. Nino Manfredi, ad esempio, mi convinceva che il caffè Lavazza era "buono qui e buono qui". Quei testimonial, ancorché sgamati e chiaramente "non autentici" nel dettato pubblicitario, perché lautamente ricompensati per dire qualsiasi cosa, portavano un valore aggiunto al pubblico, l'autorevolezza. Cioè quella che oggi nel marketing si chiama brand reputation. A mio papà, che adorava Nino Manfredi, il caffè Lavazza piaceva, eccome! Poi siamo arrivati noi (perdona l'enorme salto quantico): dieci anni fa camminavamo sul filo tra "giornalismo" e "reportage" ma con piglio pubblicitario. Andate qui! Mangiate là! Eravamo innocenti e genuinamente mossi dalla voglia di far scoprire alle persone cosa c'era oltre quel semaforo, oltre quel parchetto, dentro quel cortile, al tavolo di quella pizzeria. Parlo di me, eh, ma di tanti altri "follower" che in quel periodo si facevano un mazzo così per intercettare l'inaugurazione di turno e arrivare prima degli scattidigusto dei dissapore dei palombellarossa etc. Che valore aggiunto portavamo? L'innocenza, come già detto, che è una chimera oggi. Un valore importantissimo perché la gente si fidava di noi, pochi eletti, che riuscivamo a parlare prima delle testate mainstream e RIPETO PRIMA DELLE TESTATE MAINSTREAM di Daniele Ferrara (scoperto almeno un anno più tardi dai giornalisti di food), di Michele Pascarella, etc. E tu, che facevi un lavoro stupendo a Londra, ma chi lo faceva? Nessuno. OGGI qual il VALORE AGGIUNTO dei nuovi testimonial? Salvo rarissime eccezioni, nessuno. Doomscrollo Instagram e trovi 5 coppie giovani che mi consigliano di andare a fare colazione alla Martesana? Poi scrollo ancora e trovo il testimonial diciottenne che si fa un giro a Napoli per la prima volta nella sua vita e dove va? Da Sorbillo. E la pizza fritta? Da Esterina. E la pasta e patate? Indovina dove? (non li dico neanche). Cosa CREANO questi content creator? Che contenuti portano? 8 volte su 10 potrebbero scambiarsi i sorgenti di CapCut e montare tutti lo stesso video. Qual è la loro reputazione? Perché dovrebbero convincermi a mangiare le loro TOP 5 pizze se sono le stesse di quelle di Conde Nast e la settimana dopo le TOP 5 sono completamente diverse?

Avatar di epio

ERRATA CORRIGE: Lavazza con Nino Manfredi aveva tutt'altro payoff, ma il concetto è quello.

Avatar di Giuseppe A. D'Angelo

Eh in effetti se guardiamo alla massa il quadro è esattamente quello che dipingi tu. Il mik doomscroll salta inevitabilmente i contenuti di cibo e viaggio, e si ferma sui video che mi offrono una prospettiva, che sia lo storytelling del creator o un'intervista. Mi dispiace, però, perché molti di quelli bravi sono a tutti gli effetti degli influencer in senso lato, e non meritano di essere assimilati alla massa.

Avatar di Alessandro Vannicelli

Ho letto con grande interesse la newsletter di Giuseppe, anche perché intercetta un tema sul quale torno spesso nella mia pubblicazione: il problema non sono gli influencer, ma il modo in cui abbiamo finito per attribuire una morale a queste nuove categorie professionali.

Influencer è diventato quasi una stigma da cui fuggire. Content creator, invece, sembra offrire una patente con maggiore dignità, comunicando l’idea che dietro ci siano produzione, ricerca, competenza e lavoro. Ma, come scrivi giustamente, la distinzione è spesso più legata a questo nascondere la realtà dei fatti che la realtà. Chi crea contenuti influenza inevitabilmente, chi influenza deve necessariamente creare qualcosa attraverso cui farlo.

Dal mio punto di vista, quindi, non dovremmo domandarci tanto come chiamare chi tiene in mano lo smartphone, ma con quale metodo lo sta usando.

Rispettando le persone e il luogo in cui si trova? Dichiarando eventuali collaborazioni? Conoscendo ciò di cui parla e quindi facendolo con cognizione di causa? Ha costruito nel tempo un punto di vista riconoscibile aggiungendo un’interpretazione oppure si limita a replicare il formato che in quel momento premia l’algoritmo?

Sono queste le domande che dovrebbero definire la legittimità di un lavoro, non l’etichetta scelta nella bio IG e soprattutto, sono le domande che mi porrei per qualsiasi professione che tocchi la produzione e la scrittura di contenuti…anche, guarda caso, la carta stampata e quindi il giornalismo.

Nella ristorazione vedo ancora funzionare un’equazione molto semplice, ristorante che invita influencer uguale ristorante di scarsa qualità. Come se la qualità del locale dipendesse da chi ne parla e non da ciò che succede quando il cliente si siede a tavola. È un modo comodo per giudicare il mezzo evitando di valutare il risultato.

Naturalmente esistono comportamenti e contenuti superficiali che generano rapporti commerciali poco trasparenti. Ma trasformare le cattive pratiche di alcuni nell’identità di un’intera categoria è un errore. Sarebbe come giudicare il giornalismo esclusivamente attraverso il clickbait o la pubblicità occulta.

Forse in Italia facciamo ancora fatica a riconoscere come lavoro ciò che avviene in pubblico, attraverso strumenti accessibili a tutti e senza le tradizionali investiture professionali (parlando con un fotografo mi ha detto che potrebbe fare il medesimo lavoro con l’iPhone ma lo deve fare con una reflex per giustificare l’attività agli occhi di un cliente). Uno smartphone sembra troppo comune per produrre autorevolezza. Ma l’autorevolezza non è mai stata dentro lo strumento, nasce dalla continuità, dalla competenza, e dalla fiducia che si riesce a costruire con il contenuto.

La risposta alla tua domanda, quindi, credo sia questa non dovrebbe stabilire chi sei lo sguardo momentaneo di chi ti vede riprendere una pizza. Dovrebbero farlo il metodo, la cura e il senso complessivo del lavoro che hai costruito negli anni. E, forse, anche la capacità di continuare a farlo senza doverti rintanare in un angolo.

Avatar di Giuseppe A. D'Angelo

Hai spiegato intelligenza e meglio di me esattamente il concetto che volevo esprimere sulla questione dello sitgma sociale.

Avatar di Alessandro Vannicelli

Parte tutto dal tuo ragionamento 🙏🏻

Avatar di Gioia Barbieri

Ciao Giuseppe, ho letto con molto interesse il tuo articolo e so molto bene di cosa parli e come ti senti. Sono una content writer e vorrei fare contenuti parlati o video mentre sono in giro ma, ahimè, il timore dello stigma mi frena parecchio.

Innanzitutto in Italia c' è ancora molta "ignoranza" ( nel senso proprio del termine) sulle professioni digitali, il che porta spesso le persone a raggruppare in modo semplicistico, chi fa contenuti sotto il termine 'Influencer".

Identificare sotto un' unica etichetta Youtuber, Content creator, TikToker, blogger, etc...significa non riconoscere le diverse competenze che ogni piattaforma richiede e ridurre il tutto al "fare video/post".

Non bisogna poi dimenticare che moltissimi influencer negli anni passati hanno raggiunto i grandi numeri grazie all' acquisto di follower: questo ha portato numerose aziende e ristoratori a confondere le Vanity metrics con le competenze e a scegliere la figura sbagliata per raggiungere i loro obiettivi.

Ovvio che poi siano rimasti delusi dalla categoria.

Sono stati poi numerosi i casi saliti agli onori della cronaca di infuencer che non dichiarano collaborazioni e affiliazioni e che chiedono vacanze, cene, beni e servizi in cambio della produzione di contenuti e questo al pubblico non piace più.

Purtroppo come accade da sempre la scarsa professionalità, serietà e onestà di pochi porta a screditare un' intera categoria.

In piccolo l' ho vissuto sulla mia pelle qualche anno fa quando come food blogger andai a un evento della mia città. Avevo preso accordi per foto, video e articolo con gli organizzatori e non appena arrivai sul posto mi presentai alla persona che mi avevano indicato la quale davanti alle persone in attesa di entrare, in modo poco professionale, urlò "È arrivata la food blogger" e mi fece passare avanti.

Per tutto il pomeriggio i partecipanti mostrarono diffidenza e fastidio.

Al momento vedo come unica soluzione sensibilizzare sul tema, istruire le persone sulle diverse professionalità digitali, mettere in rilievo chi lavora seriamente.

E penso che tutto questo debba partire da noi, per poter lavorare più serenamente e con sempre migliori risultati.

Avatar di Giuseppe A. D'Angelo

Non pensavo che questo mio sentimento fosse condiviso da così tante persone. È bello non sentirsi soli. Pensa che invece, al contrario, il termine blogger l'ho sempre portato su di me con orgoglio. Prima che il termine influencer prendesse piede, chi si accollava la discriminazione eravamo proprio noi, come hai ben fatto notare tu. Tanto è vero che c'è stata una lunga fase di transizione in cui i food influencer su Instagram venivano erroneamente chiamati "blogger", la quale cosa infastidiva noi che un blog lo avevamo davvero. Certo, se molti di loro fossero stati creator seri e affidabili non me ne sarei fatto un cruccio, ma il guaio è che molti erano proprio del genere che screditava la categoria.