Quando muore un'icona termina una storia
Cosa ci racconta la chiusura del ristorante Da Maria sulla comunità italiana a Londra
Ha chiuso Da Maria a Londra. O meglio, chiuderà a fine mese: ne danno il triste annuncio il titolare e i suoi gestori.
Ok, al di là del tono funereo, facciamo un passo indietro. Che cos’è Da Maria? È un ristorante situato nel cuore di Notting Hill. Sì, proprio quel quartiere reso famoso dal film omonimo, anche se localizzato in una zona meno caratteristica di quella con le classiche palazzine inglesi con le porticine colorate; bensì nella più prosaica Notting Hill Gate, corso principale su cui si affacciano edifici moderni, e a due passi dalla metro con lo stesso nome.
Ma Da Maria di cambiamenti ne avrà visti in quel quartiere. Una cosa che non ho specificato è che quel ristorante si trova là da 46 anni, guadagnandosi il titolo di attvità ristorativa tra le più longeve della capitale inglese. Un’altra cosa che non ho detto, è che si tratta di un ristorante napoletano. Sì, hai capito bene: non italiano, napoletano.
Pensare che negli anni ‘80, quando il massimo della cucina straniera che potevi mangiare a Londra era quella indiana adattata ai gusti locali, una famiglia di napoletani potesse offrire una cucina strettamente regionale, ti dice molte cose sulla lungimiranza dei suoi titolari. Quando arrivai a Londra nel 2013 intercettai proprio quel fenomeno di regionalizzazione culinaria che ha portato anche la pizza napoletana a prendere il sopravvento, con molte pizzerie che vi accompagnavano anche un po’ di cucina tipica. Ma chi era da lì molto prima di me mi diceva che fino agli inizi degli anni 2000, per quanto riguarda la gastronomia italiana, la situazione era abbastanza desolante: figuriamoci verticalizzarsi su delle specificità locali!
Ecco perché Da Maria ha rappresentato per la comunità italiana in genere, ma per quella dei napoletani nello specifico, l’equivalente di una fortezza medievale all’interno di un centro cittadino moderno: un luogo storico, che si carica del significato del peso degli anni. Intendiamoci, la comunità italiana a Londra esiste da fine ‘800, con la zona di Clerkenwell che viene ricordata come una storica Little Italy, rappresentata ancora oggi nel cibo dalla gastronomia Terroni1 (aperta nel 1878). Ma la vera ondata di italiani dell’era moderna ha cominciato ad arrivare proprio negli anni ‘80; la mobilità europea ha favorito la migrazione successiva, e la crisi globale del 2008 ha accelerato il processo, raggiungendo il picco tra gli anni 2015-2019, tanto che Londra in quel periodo venne definita più volte dalla stampa la quarta o la quinta città Italiana (per la cronaca: il mio periodo di permanenza è stato tra il 2013 e il 2018).
Nonostante le storie di passata migrazione meridionale del nostro paese, in questo periodo fu il nord-Italia a farla da padrone tra la popolazione di italiani residenti: 41% del totale, contro il 20% del centro e il 39% di sud e isole. La Lombardia faceva da capofila, ma a starle dietro c’èra proprio lei, la mia regione: la Campania. E Napoli era la terza città a rappresentare gli italiani a Londra, dopo Roma e Milano, e seguita a ruota da Palermo; mentre negli ultimi tre posti della top 10 c’erano rispettivamente Avellino, Salerno e Caserta.2
Se eri un napoletano a Londra, quindi, non c’era da stupirsi se prima o poi ti imbattevi nel nome di Da Maria: la sua fama ti raggiungeva e ti penetrava quasi per osmosi. Era quel luogo che dovevi assolutamente vedere almeno una volta nella vita per definirti un vero napoletano a Londra (notare che parlo al passato nonostante al momento in cui scrivo il ristorante non abbia ancora ufficialmente chiuso). Le storie di questo “angolo di Napoli a Notting Hill” erano leggendarie; ed erano perlopiù, come è lecito aspettarsi, legate al ritrovo degli appassionati di calcio nelle giornate di campionato. Nel piccolo locale di poco più di venti coperti ci si ammassava per assistere alle partite del Napoli, e per chi non riusciva a entrare il proprietario piazzava un secondo maxi-schermo sulla strada: l’intero fanclub si ammassava sul marciapiede, pronto a gioire e soffrire con la propria squadra del cuore, e assieme ai titolari del locale.
Anche a me queste storie sono state tramandate, e non ho avuto modo di assistervi personalmente. Del calcio non me ne è mai fregato una beneamata ceppa, e non avevo nemmeno la curiosità antropologica per recarmi ad osservare uno di questi momenti di aggregazione. Ma in queste circostanze, quando sei napoletano, il peso specifico dell’icona te lo porti dietro anche se non vuoi: una visita a un luogo di questo tipo diventa quasi come un pellegrinaggio alla Mecca, non esiste che tu non la porti a termine almeno una volta nella vita. E infatti, è esattamente quello che ho fatto prima di concludere il mio ciclo di vita londinese.
Pochi mesi prima della mia partenza definitiva da Londra, sono riuscito finalmente a organizzare una cena con amici Da Maria. Nel corso degli anni in cui avevo intrapreso il percorso del mio blog sulla pizza all’estero avevo già preso a cuore molte realtà ristorative napoletane che per me rappresentavano una seconda casa. Piccoli ristorantini che mantenevano lo spirito partenopeo, pur adattandolo alle esigenze moderne di una città che ha fatto della gastronomia straniera il suo punto di forza. I locali che frequentavo potevano esibire foto del golfo di Napoli o suonare una playlist di canzoni melodiche: ma tutto ciò era sempre inquadrato all’interno di arredi industrial, pop, vintage o eleganti, rispondenti a tutti gli stilemi di ristorazione londinese.
Da Maria era invece esattamente il tipo di locale napoletano che ti aspettavi di trovare in una Londra proiettata negli anni ‘80: un buco le cui pareti erano affollate di foto e ritratti di Maradona con tanto di maglia numero 10 incorniciata sulla parete; discutibili murali rappresentanti personaggi iconici partenopei da Totò a Pino Daniele a Sophia Loren; un numero incalcolabile di foto dei titolari con vari personaggi famosi o anche solo con amici; tovagliette a quadri, cornicelli e Pulcinella vari. Lo spazio tra i tavoli era minimale, la cucina praticamente a ridosso della sala di pranzo, e insomma la sensazione era che si stava entrando a casa dei vicini per pranzare.
I vicini in questione erano il titolare Pasquale Ruocco, che girava regolarmente tra i tavoli per assicurarsi che tutti stessero bene; e la moglie Maria, una delle due donne a cui era dedicato il locale (l’altra era la sorella di Pasquale, che pure si chiama Maria). L’atteggiamento era proprio quello tipico delle trattorie di paese dove gli osti passano costantemente il tempo con gli avventori per scambiare due battute, sapere qualcosa di loro, raccontare aneddoti, tutto nell’ottica di farli sentire come se fossero a pranzo da amici.
Ma in tutto questo, il cibo com’era? Non ho un gran ricordo della mia esperienza, devo dire. Sul fronte menù ero contento di trovare piatti canonici come gnocchi alla sorrentina, penne ai pomodorini, lasagna e sì, persino la pizza: d’altronde la semplicità era l’anima di quel posto. Ma sul piano culinario non era certamente il luogo dove ti avrei consigliato di ritornare se non, per l’appunto, vivere l’esperienza di pellegrinaggio come l’ho voluta vivere io.
Se si vanno a guardare le recensioni su TripAdvisor si nota subito come la maggior parte delle recensioni positive sottolineino principalmente la gioviale atmosfera di napoletanità del luogo; mentre quelle negative evidenziano la pessima qualità del cibo, e addirittura problemi non da poco come un bagno non funzionante (vabbè, sulla questione bagni nei vecchi ristoranti di Londra ci sarebbe da aprire un capitolo a parte). Diciamo che se fossi arrivato a Londra dieci anni prima e mi fossi trovato quello come unico ristorante rappresentante della mia città mi avrebbe dato non poco fastidio, perché ne avrebbe messo in luce proprio la sua anima più stereotipata: verace e accogliente, ma anche furba e disorganizzata.

Invece nei miei anni londinesi ho avuto il privilegio di vedere una generazione di napoletani all’opera che si sono dati da fare per innalzare la cultura della pizza oltre i disastrosi canoni imposti anche dagli stessi italiani arrivati prima di loro, unendola a standard di accoglienza e servizio inglesi. Per cui ai miei occhi Da Maria non ha rappresentato, come sicuramente per molti altri napoletani, un luogo del cuore, ma più che altro un reperto storico.
Ed è con questo peso storico che il locale adesso ci lascia. “Non per mancanza di fondi o per mancanza di clienti, ma per ragioni che ci dobbiamo riposare”, come da testuali parole del titolare nel reel di addio. E in effetti si può dire che in 46 anni Pasquale e Maria di cose ne avranno fatte e viste: gli anni del Brit Pop e della Cool Britannia, la Tatcher, gli attentati di Londra, la Brexit, la morte di Elisabetta e tutti e quattro gli scudetti del Napoli… Hanno viaggiato attraverso tutto questo rappresentando un pezzo di Partenope in una delle più grandi città del mondo. Forse non verranno ricordati per la loro cucina, ma l’eredità che si lasciano alle spalle è davvero imponente. E in una città come Londra, che negli ultimi anni ha perso sempre più italiani a causa del mutato clima politico, è un altro pezzo di storia del nostro paese che se ne va.
TUTTI I LINK AL MIO PROGETTO PIZZA
Pizza DIXIT: il blog da cui nasce tutto, in cui parlo di pizzerie napoletane all’estero.
Pagina Facebook: qui parlo di pizza mangiata un po’ ovunque, faccio riflessioni varie, e condivido articoli scritti da me pubblicati anche su altre testate.
Profilo Instagram: qui puoi seguire nelle storie i luoghi e le pizzerie che visito, e avere qualche narrazione più variegata tramite i reel.
Gruppo Facebook Pizza Social: spazio di discussione con altri amanti della pizza, in cui parlo di temi come quello di questa newsletter, ma in cui chiunque può lanciare una discussione.
Che Pizza - Il Podcast: il podcast creato da Simon Cittati di cui sono stato co-host per tre anni e che è poi stato lasciato interamente nelle mie mani. Ha anche un profilo Instagram dedicato e un suo canale Telegram con gruppo annesso.
Grazie di avermi letto.
Se ti è piaciuta la newsletter lascia un cuoricino.
Se non ti è piaciuta, scrivimi nei commenti perché.
Se pensi che i tuoi amici debbano sapere quanto io sia intelligente, fagliela leggere.
Se ti va di partecipare alla newsletter con un contributo scrivi pure a info@pizzadixit.com (e magari lascia anche un commento qui sotto, così sicuro non mi perdo la mail).
Mi chiamo Giuseppe A. D’Angelo, ma puoi chiamarmi Peppe: scrivo di pizza dal 2015 sul mio blog Pizza DIXIT e anche altrove. Dal 2021 conduco un podcast chiamato Che Pizza. Non faccio talk, non pubblico libri, non offro consulenze, non insegno in nessuna accademia: insomma, LinkedIn mi odierebbe.
Il nome non è un riferimento a una discendenza meridionale: il fondatore, Luigi Terroni, era in realtà di Pontremoli, in provincia di Massa Carrara in Toscana. Il deli mantiene il nome storico, ma dal 1983 appartiene alla famiglia Annessa.






Direi di sì. Anche perché potevano cedere l'attività. Ma o non hanno trovato nessuno interessato a rilevare il nome o, come è molto più probabile e spero, sanno che quel ristorante e quella atmosfera esistono solo con loro.
Mi hai attivato un ricordo. Ho vissuto a Londra tra il 2011 e il 2012 e pure io sono sentivo le storie sul locale 😄 Devo dire la verità, non ci andai mai però, ero troppo lontano (stavo in East london) e le recensione sul cibo mi tenevano alla larga. Però, ecco con la tua storia prende tutta un'altra piega e il cibo passa in secondo piano. E detto per un ristorante... Fa strano!